LEONHARD EULER
Lettere a una principessa tedesca
a cura di Gianfranco Cantelli
Torino, Boringhieri, 1958
(LETTRES A UNE PRINCESSE D'ALLEMAGNE - 1770)


LETTERA 8

Sui piaceri che procura una bella musica

Sull'enigma del ramoneur c'è una nota:
"Ramoneur= spazzacamino. Riferimento al celebre enigma del poeta La Mothe: [...]".


Perché una bella musica suscita in noi il sentimento del piacere?
Ecco una questione importante quanto curiosa.
I dotti hanno pareri completamente discordi a questo proposito.
Alcuni sostengono che si tratta di un puro capriccio
e che il piacere prodotto dalla musica
non è fondato su nessuna ragione,
visto che la stessa musica, gustata da alcuni,
può dispiacere ad altri.
Ma ben lontani dall'aver risolto così la questione,
si è riusciti solo a complicarla,
perché in tal caso si vuole saper per quale ragione
lo stesso pezzo di musica può produrre effetti tanto diversi:
si deve infatti convenire che nulla avviene senza ragione.
Altri dicono invece che il piacere che si prova
ascoltando una bella musica
consiste nella percezione dell'ordine che regna in essa.
Questa ultima opinione sembra a prima vista assai ben fondata
e merita un esame più accurato.
La musica racchiude in sé due diversi generi di ordine.
Il primo si riferisce alla differenza dei toni
in quanto sono bassi o alti, gravi o acuti;
e Vostra Altezza si ricorderà che questa differenza
è data dal numero di vibrazioni che ciascun tono manda
in uno stesso tratto di tempo.
Questa differenza fra la velocità delle vibrazioni
dei diversi toni è ciò che propriamente si chiama armonia.
Così quando nell'ascoltare una musica
si comprendono i rapporti o le proporzioni
che le vibrazioni di tutti i toni hanno fra loro,
ecco che allora si produce l'armonia.
Così due toni, che differiscono di un'ottava,
suscitano il sentimento della proporzione di 1 a 2;
una quinta la proporzione di 2 a 3,
e una terza maggiore la proporzione di 4 a 5.
Si comprende l'ordine che si ritrova in una certa armonia,
quando si riescono [sic!] a cogliere tutte le proporzioni
che sussistono fra i vari toni di cui è composta l'armonia;
e questa conoscenza è possibile
solo in base al giudizio dell'orecchio.
Poiché questo giudizio può essere più o meno sottile,
risulta evidente perché la stessa armonia
può essere avvertita da una persona e non da un'altra,
soprattutto quando le proporzioni fra i toni
sono espresse da numeri un po' grandi.
Ma oltre l'armonia
la musica racchiude in sé un altro genere di ordine,
la misura
per la quale si assegna a ciascun tono una certa durata;
e la percezione della misura consiste
nella conoscenza della durata di tutti i toni
e delle proporzioni che ne nascono:
se, per esempio, un tono dure 2, 3, 4 volte più di un altro.
Il tamburo e il timbalo ci danno una musica
dove regna solo la misura,
e dove, essendo tutti i toni eguali fra loro,
manca assolutamente l'armonia.
Così vi è pure una musica
dove sussiste solo armonia e nessuna misura.
Questa musica è il corale,
dove tutti i toni hanno la stessa durata.
In una musica perfetta devono però esserci
tanto l'armonia che la misura.
Chi intende una musica
e comprende per il giudizio del suo orecchio
tutte le proporzioni su cui si fondano l'armonia e la misura,
ha indubbiamente
la più perfetta conoscenza possibile di questa musica,
mentre chi non riesce a cogliere queste proporzioni
o le riesce a cogliere solo in parte,
non vi comprende assolutamente nulla
o al massimo ne ha una conoscenza imperfetta.
Il piacere però che qui vogliamo esaminare
è ancora ben diverso da questa conoscenza di cui ho parlato,
quantunque si possa senza timore sostenere
che sarebbe impossibile apprezzare una musica
senza averne una certa conoscenza.
Ma la semplice conoscenza di tutte le proporzioni
che regnano in una musica,
sia nei confronti dell'armonia che della misura,
non basta da sola a suscitare il sentimento del piacere;
è necessaria qualche cosa di più
che nessuno è ancora riuscito a determinare.
Per convincersene basta solo osservare
come una musica troppo semplice,
formata di sole ottave
e quindi di proporzioni facilissime a cogliersi,
sia ben lontana dal procurare piacere,
malgrado la perfetta conoscenza che se ne ha.
Si deve dunque dire che il piacere richiede
una conoscenza non eccessivamente facile,
ma che esige una qualche fatica.
È, per così dire, necessario
che questa conoscenza ci costi qualche cosa.
Ma questa, a parer mio,
non è ancora una spiegazione sufficiente.
Una dissonanza,
la cui proporzione è data da numeri più grandi,
è più difficile a venir compresa;
tuttavia una serie di dissonanze,
messe insieme senza alcun discernimento
e senza nessuna regola,
non procureranno nessun piacere.
Il compositore deve dunque avere necessariamente seguito,
nella composizione,
un certo piano o disegno
che ha poi realizzato con proporzioni reali e percepibili,
di modo che
quando un intenditore ascolta quel pezzo di musica
e, oltre le proporzioni,
ne riesce a comprendere anche il piano e il disegno stesso
che il compositore aveva in mente,
proverà una soddisfazione
che non sarà che il piacere procurato da una bella musica
a un orecchio intelligente.
Si tratta perciò di un piacere
che nasce dal fatto che si indovinano,
per così dire,
le intenzioni e i sentimenti del compositore,
la cui esecuzione,
in tanto in quanto la si giudica riuscita,
riempie lo spirito di una piacevole soddisfazione.
È una soddisfazione pressappoco simile a quella
che si prova assistendo a una bella pantomima,
dove dai gesti e dalle azioni
è possibile indovinare i sentimenti e i discorsi
che vi vengono rappresentati
e il bel disegno che l'autore con essi è riuscito a realizzare.
Quell'enigma del ramoneur,
che è tanto piaciuto a Vostra Altezza,
me ne dà una magnifica riprova.
Quando se ne riesce ad indovinare il senso
e ci si accorge che tale senso
è perfettamente espresso nella proposizione dell'enigma,
se ne prova un grandissimo piacere,
mentre gli enigmi piatti e mal congegnati
non ne procurano nessuno.
Questi, a mio parere, i veri princípi
sui quali si fondano tutti i giudizi
sulla bellezza delle composizioni musicali.
È però solo il parere di un uomo che non ne sa nulla
e che quindi prova vergogna
di avere osato intrattenere Vostra Altezza
su questo argomento.

6 maggio 1760